Si è tatuato per la prima volta vent'anni fa e i suoi genitori si sono sempre opposti alla sua scelta. Oggi che lui ha passato abbondantemente i 30 e i suoi un paio di "anta" e oltre, anche mamma e papà hanno deciso di tatuarsi. Daniele Vecchi ci racconta questa divertente storia vera
Quante volte è successo a giovani fieri ed entusiasti del proprio tatuaggio, fresco di inchiostro, di tornare a casa e di vedere mestamente scemare il proprio entusiasmo, essendo pesantemente rimproverati dai propri genitori, essendo sbeffeggiati dai propri amici o biasimati dai propri professori o colleghi? Migliaia o milioni non fa differenza, sono certo che è successo praticamente a tutti coloro che hanno la pelle decorata. È successo anche a me, diverse volte, tanto tempo fa. I miei piercing e i miei tatuaggi sono sempre stati accolti, durante la mia gioventù, da parte dei miei genitori, con musi lunghi, sgridate, e piccole (o grandi) ripicche. Ma io ero un punx, me ne fregavo altamente, non c'era nulla che mi impaurisse nel mondo, non avevo bisogno del "sistema", non avevo bisogno dell'approvazione di nessuno, non avevo bisogno di niente, tantomeno dei miei genitori.
Il tempo è passato, sembra quasi volato, ho trovato la mia strada nella vita a prescindere dai miei genitori e dalla loro idea di "vita" che non era certo la mia, e i toni tra di noi, accesi per anni, con il tempo si sono lentamente sopiti. Ora, a trent'anni abbondantemente suonati e con una vita che vive di luce propria senza bisogno di genitori già da oltre quindici anni, le decorazioni tribali sul mio corpo sono (e sono sempre state) una fiera parte integrante di me, del mio modo di essere e della mia personalità, che volutamente ho deciso di tenere con me fino a quando la mia anima non si libererà verso l'ignoto, dopo che il mio corpo avrà cessato di avere vita.
Mamma, ti regalo un tatuaggio
I miei genitori hanno vissuto la loro esistenza parallela alla mia, senza mai dimostrarmi un particolare interesse per le cose che facevo, per le mie passioni e per la mia attitudine di vita, fino a quando, qualche anno fa, casualmente, c'è stato un cambiamento. In occasione del suo compleanno, infatti, decido di fare un regalo "particolare" a mia madre, regalo che lei, inaspettatamente, accetta. Le regalo un tatuaggio, un regalo per la vita, per sempre, molto più di un diamante. Le chiedo cosa le piace, le mostro alcuni disegni, fino ad arrivare in poco tempo alla scelta definitiva, una rosa. Andiamo dal mio amico tatuatore, che si dimostra entusiasta di tatuare una normalissima signora di oltre cinquant'anni proprietaria di un negozio di alimentari. Mentre la rosa viene indelebilmente impressa nella pelle del polso di mia madre, le chiedo se è emozionata, se le sta facendo male, eccetera. Lei è tranquilla come forse mai lo è stata nella vita, nessun dolore, nessuna emozione o nervosismo, anzi, dalla sua espressione traspare un grande entusiasmo e una grande felicità. La rosa è sul polso, il tatuatore ripete meccanicamente gli accorgimenti e le precauzioni per la corretta cicatrizzazione, poi quasi senza dir niente, l'accompagno a casa.
Giustizia per tutti
Il mostro è definitivamente creato. Mia madre è talmente esaltata che dopo poche settimane se ne vuole già fare un altro. Mi fa i buchi nella schiena per ritornare a tatuarsi, ma stavolta tocca a mio padre, che dopo anni di tentennamenti, decide di tatuarsi sul bicipite la copertina dell'album "... And Justice For All" dei Metallica, dove la marmorea statua della giustizia in versione bilancia soppesa il bene e il male, in un eufemismo che ha sempre attratto mio padre, anche perché lui è del segno della Bilancia.
Passa poco tempo, e dopo un periodo di pressante insistenza da parte dei miei, si ritorna dal tatuatore per mio padre, in presenza anche di mia madre che, ormai senza freni, si tatua ancora, due volte nella stessa sera, due tribali, un bracciale nel bicipite destro, e un classico tribale nel polpaccio sinistro. Serata lunga per l'amico tatuatore, mia madre è incontenibile, se ci fosse stato più tempo se ne sarebbe fatta un altro. Mio padre invece ne ha avuto abbastanza della bilancia della giustizia, pur non soffrendo più di tanto, nemmeno lui, l'impatto con il tatuaggio.
Io, pluri-tatuato da oltre vent'anni, dopo aver subìto per tutta la mia vita di adolescente le ramanzine e le ripicche dei miei genitori a riguardo del "modo di vivere" da me condotto e della passione per i tatuaggi e per i piercing, ho avuto la mia lauta e sostanziosa rivincita, pur sacrificandomi e immolandomi (al pari di tanti altri), come "pioniere" di queste arti, subendo angherie e soprusi dal mondo esterno (di cui loro erano parte integrante) affinché anche loro, un giorno, avessero la possibilità di essere fieramente tatuati all'interno della società, senza subìre (più di tanto) assurde e ingiustificate discriminazioni.
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