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Tatuaggio e Papua-Nuova Guinea |
Le donne Maisin della Papua Nuova Guinea nord orientale sono tra le poche a praticare ancora il tatuaggio facciale. Dopo il contatto con la civiltà moderna, il tatuaggio, che da secoli era parte di un rito di iniziazione tribale che aveva lo scopo di "comunicare" il passaggio dall'infanzia alla pubertà delle ragazze, è diventato espressione di un altro "messaggio" sociale.
Oggi le donne Maisin si tatuano per "orgoglio etnico", per sottolineare l'appartenenza alla propria tribù, per mantenere viva la loro origine in un momento in cui le diverse etnie tendono a fondersi e a perdere ogni identità culturale.
Ogni anno, un paio di mesi prima di una grande festa a cui partecipa tutta la comunità, le ragazze che entrano nella pubertà vengono portate dai genitori a casa della tatuatrice - il tatuaggio Maisin è praticato solo da donne su altre donne- dove rimangono finché il lavoro non è terminato. I tatuaggi sono tutti diversi l'uno dall'altro: le linee tracciate dall'anziana maestra, seguono i tratti somatici ed espressivi di ogni ragazza per sottolinearli ed abbellirli: le donne tatuate infatti sono considerate molto belle ed affascinanti. Dopo aver rasato le sopracciglia e i capelli sulla fronte, con un rametto intinto nel colore viene tracciato il disegno quindi, dopo aver chiamato la madre per avere la sua approvazione, ha inizio l'incisione definitiva dell'opera.
Fino a qualche tempo fa lo strumento usato per tatuare era fatto con la spina di una vite selvatica chiamata "tata", fissata ad un rametto che fungeva da manico. La tatuatrice appoggiava la spina al viso e con un altro bastoncino chiamato "Kimana" batteva sul manico con un colpo secco per far penetrare la punta della pelle. Negli ultimi anni la spina è stata sostituita da due o tre aghi d'acciaio e sono poche quelle che ancora usano i Kimana.
Il pigmento nero era ottenuto tradizionalmente mescolando carbone polverizzato al succo di un erba chiamata "Bua Kain" (medicina del tatuaggio); oggi vengono preferiti il nerofumo delle cucine o tinture nere che si trovano in commercio, perché più intenso e duraturo.
La donna che tatua lavora seduta per terra tenendo sulle gambe la testa della ragazza sdraiata; con gli aghi buca la pelle ripercorrendo le linee tracciate precedentemente, quando il sanguinamento diventa abbondante passa sulla pelle uno straccio intriso di colore, per fermare il sangue e nello stesso tempo aggiungere pigmento a quello già penetrato nelle ferite. Questa operazione è molto dolorosa e procura un notevole rigonfiamento della cute, per questo l'intero tatuaggio del volto e del collo viene eseguito in molte sedute nell'arco di uno o due mesi.
Perché il segno rimanga nitido e scuro ogni tratto del tatuaggio deve essere ripassato cinque o sei volte. Durante il periodo del lavoro, le ragazze vivono chiuse in casa, e per uscire coprono il volto per non essere visto prima della fine del tatuaggio.
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