Oggi uno fra gli stili di tatuaggio più popolari in Occidente è il «kanji», che deriva da un gruppo di ideogrammi giapponesi utilizzati per la scrittura. Se ne apprezza l'estetica, con quel suo gusto esotico e un po' misterioso che sprigiona qualcosa di magico (come d'altronde accade con tutti i simboli), ma molte persone si fanno tatuare i kanji perché «sono di moda», spesso senza conoscerne il significato oppure interpretandolo molto liberamente. Secondo i Giapponesi, il risultato è che tantissimi Europei e Americani esibiscono tatuaggi kanji con un significato a volte molto diverso da quello che immaginano i tatuati stessi. Secondo un'altra scuola di pensiero, più filo-occidentale, non è sbagliato ‘interpretare' gli ideogrammi in base al nostro modo di vedere le cose. La modificazione delle lingue attraverso il tempo è un fenomeno naturale, che fa parte della loro stessa natura. Ogni lingua si è evoluta da un'altra e ha preso in prestito parole da altre lingue. Anche nel giapponese oggi c'è un enorme afflusso di termini americani, così non è innaturale che termini giapponesi si riversino in Occidente, se pure per essere tatuati.
Il tuo nome... "kanjante"
C'è chi si fa tatuare i kanji attratto dal loro significato e qui si scelgono quelli che rappresentano qualità interiori o personali (forza, bellezza, energia, potere, amore, donna, uomo...), che trasferite su pelle diventano una sorta di «spirito guida kanji» nella propria condotta di vita.
Molto diffuso è anche farsi tatuare in kanji il proprio nome o il nome della persona amata. Qui, però, esiste un alfabeto specifico, chiamato katakana, utilizzato per tradurre i nomi propri. Il processo di traduzione è puramente fonetico, cioè si limita alla traduzione letterale dei suoni che formano il nome. La versione in kanji dal canto suo, che contiene sia suoni che significati, cambia ancora di più le carte in tavola; infatti i vari kanji associati fra loro si trasformano in altri suoni e, in sostanza, in altri significati. Allo stesso modo, spiegano i Giapponesi, un nome occidentale di persona ‘tradotto' in kanji diventa un altro nome.
L'arte del kanji
I Giapponesi coltivano la scrittura anche come culto estetico, tanto che in Giappone ci sono gare nazionali di «bel kanji». Le interpretazioni del kanji si basano su quattro scritture principali - classic, seal, semi-cursive e cursive - con origini diverse e graficamente differenziate fra loro.
Classic - È la naturale evoluzione dello stile kanji originario, il cinese. Oltre a essere il più utilizzato e il più chiaro, è lo stile più conosciuto al mondo per rappresentare la scrittura giapponese, quello che si usa in Occidente.
Seal - Il suo nome si traduce con «timbro» perché si applica a timbri ufficiali e sigilli, ma si riproduce anche sulla carta stampata. È il più vicino alla rappresentazione dei vecchi geroglifici cinesi, il suo spessore continuo e semplificato cerca di rappresentare il segno tracciato da un'incisione.
Semi cursive / cursive - Qui entriamo nel variegato universo del «bel kanji», dove le caratteristiche di semi-cursive e cursive cambiano in base all'artista che scrive. Entrambe le scritture provengono dall'ovest del Giappone, anche se da regioni diverse. Il cursive si traccia senza sollevare la mano dal foglio, è più veloce da realizzare ma è difficile da leggere perché interpreta molto il classic di partenza.
In Giappone un buon artista di kanji crea sempre versioni personali, ma in Occidente questa particolarità difficilmente viene avvertita. «Per la differenza fra le culture» dicono gli esperti. Infatti la calligrafia, che significa bella scrittura, caratteristica ‘colta' per gli stessi Giapponesi, è una qualità che agli Occidentali (colti e non) non interessa più come una volta.
La scrittura giapponese
Per capire meglio perché è così complicato tradurre nomi occidentali in giapponese, facciamo un breve excursus nella scrittura del Sol Levante, che si compone di iragana, katakana e kanji.
Iragana
Si usa perlopiù all'interno della scrittura come forma di congiunzione, è paragonabile alle nostre congiunzioni (e, o, infatti, cioè, dunque, quindi, perciò...) e alle preposizioni con funzione di congiunzione (di, a, da, in, con, su per, tra, fra...). Ha valenza fonetica, quindi ogni iragana corrisponde a un suono distinto, come in un alfabeto. Si compone di una trentina di simboli, più semplici dei kanji, che si possono usare per trascrivere parole di origine non giapponese come i nomi di oggetti, ma non per i nomi propri di persona.
Katakana
Ha sempre valenza fonetica e anche qui gli ideogrammi sono circa una trentina. Sempre meno complessi dei kanji, vengono utilizzati per comporre nomi propri di persona che hanno origine non giapponese. Il katakana viene considerato la parte più facile della scrittura giapponese, ma non tutti i nomi possono essere riprodotti fedelmente, anche per i limiti della pronuncia giapponese (e cinese), dove non esistono corrispondenze per alcuni suoni occidentali. Risaputa è la difficoltà di riprodurre l'asprezza fonetica della lettera «erre», che Giapponesi e Cinesi pronunciano inevitabilmente «elle».
Kanji
L'origine è cinese e l'attuale forma grafica è la naturale evoluzione dei geroglifici cinesi, che sono stati ridisegnati nel corso del tempo fino a diventare una scrittura. La grafia kanji costituisce il corpo principale della scrittura giapponese nella sua forma più utilizzata e anche più vasta. Si compone di un numero (non precisato) di svariate migliaia di ideogrammi, gli stessi Giapponesi non li conoscono tutti e nella lingua comune ne utilizzano circa un terzo. Per la complessità della madrelingua, i bambini giapponesi imparano a scrivere più tardi di quelli occidentali. C'è il suo perché...
A differenza delle altre due scritture, gli ideogrammi kanji hanno valenza doppia: ciascuno di essi corrisponde a un suono e insieme a un significato. Sono complicati perché il significato di un kanji cambia suono quando si lega a un altro kanji, inoltre messi insieme assumono sfumature di significato diverse rispetto a quelle che hanno nella loro ‘vita da single'.
Utilizzati anche per i nomi proprio giapponesi, gli ideogrammi kanji vengono composti nei modi più disparati e la funzione ‘doppia' fa sì che i nomi abbiano qualcosa in più rispetto ai nostri sul piano dell'etimologia. Inoltre, un Giapponese può ‘smontare' il suo nome in kanji per scoprirne l'origine, mentre se noi smontiamo un nome qualsiasi dei nostri otteniamo sillabe, suoni che ben poco o nulla ci dicono sul significato del nome.
Che cos'è un ideogramma?
In origine è la rappresentazioni grafica (incisa, dipinta, disegnata etc.) di idee o cose semplificate in segni che le fanno identificare facilmente; per esempio, un cerchio rappresenta comunemente il sole, un triangolo con la punta verso l'alto rappresenta il fuoco, una linea ondulata è l'acqua o un serpente. In passato questo sistema di simboli ideografici ha permesso a popoli di lingua diversa di comunicare fra loro e ideogrammi molto simili si trovano in ogni parte del mondo.
L'ideogramma, che coincide fino a un certo punto con il geroglifico delle antiche culture, trasforma un'immagine in un segno convenzionale (cerchio, triangolo, linea ondulata...) e può anche sfociare nell'alfabeto. Gran parte dei dipinti ‘astratti' della fine del paleolitico e del neolitico sono ideogrammi che vanno dal disegno semplificato di esseri viventi e oggetti alla rappresentazione di idee complesse (riti religiosi, divinità, simbolismo sessuale e così via). In Cina gli ideogrammi in origine hanno significati abbastanza fedeli agli oggetti rappresentati, ma nel corso del tempo si sono modificati per rappresentare soprattutto idee e concetti.
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