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Tatuaggio e Birmania
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Il tatuaggio in Birmania ha origini antichissime e non del tutto chiare. Il primo a scriverne fu il veneziano Nicolò De Conti, nel 1435, a cui poi seguirono l'inglese Ralph Fitch (1586) e Padre Sangermano, missionario in Birmania dal 1783 al 1806. Tutti raccontarono con vivo interesse la curiosa usanza dei birmani di tatuarsi le cosce provocandosi delle ferite sulla pelle e riempiendole con il succo di una certa pianta simile ad una tintura nera. I tatuaggi a quell'epoca erano ritenuti magici ed avevano prevalentemente una funzione protettiva dai nemici, dai serpenti velenosi e dagli animali feroci. La parte più tatuata era la coscia, lasciata scoperta dalle brache, solitamente rimboccate in mezzo alle gambe. Le decorazioni più antiche erano un disegno ovale nero a forma di foglia eseguito su una coscia e un gatto incorniciato, simbolo di agilità, eseguito sull'altra coscia. In seguito i tatuaggi si estesero fino a coprire tutta la zona della vita fino alle ginocchia, o addirittura tutto il corpo.
I tenutari dell'arte del tatuaggio erano gli "Shans" che la introdussero in Birmania durante la loro dominazione dal 1287 al 1531.
Nel corso dei secoli il tatuaggio assunse anche altri scopi, oltre quello protettivo, ad esempio di riconoscimento (gli schiavi ereditari venicano tatuati sul collo e sui polsi perché potessero essere immediatamente individuati).
Lo strumento usato per tatuare era una bacchetta d'ottone tagliata trasversalmente in cima in modo da formare da due fino a dodici punte aguzze. L'intero strumento,lungo quasi mezzo metro, era composto di tre parti: la punta con gli aghi, una bacchetta centrale cava e un contrappeso infilato nella parte opposta degli aghi. I pesi potevano avere forme diverse (demoni, animali mitologici, uomini e divinità), venivano cambiati a seconda del soggetto da tatuare e si riteneva che avessero la proprietà di trasmettere al tatuato il potere della divinità che vi era rappresentata.
Per quanto riguarda la preparazione dei pigmenti, questi erano ottenuti da olio di sesamo (colore nero-blu), olio grezzo (verde-blu) o grasso di maiale (rosso). Venivano posti in ciotole di terracotta separate all'interno dei quali era poi acceso uno stoppino. Il denso fumo che si depositava sulle pareti dei vasi veniva raschiato e mescolato a bile di pitone, di pesce o di toro. L'impasto così ottenuto era sigillato all'interno di un tronchetto di bambù che veniva poi sotterrato per un anno. Una volta disotterrato veniva fatto essicare in piccoli cubetti.
 





         


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